Batterio killer Chimera, 100 i casi segnalati nel mondo

Veneto, batterio killer in sala operatoria: inchiesta sulla morte di sei pazienti

Veneto, batterio killer in sala operatoria: inchiesta sulla morte di sei pazienti

Credo che la Regione abbia il dovere di spiegare fino in fondo se queste procedure siano state applicate all'interno delle nostre strutture ospedaliere e perché c'è stato qualcuno che le ha evidentemente ignorate. Ma i casi si estendono anche al Veneto, dove una denuncia è stata presentata nei giorni scorsi dai parenti di Paolo Demo, un anestesista vicentino di 66 anni - operato nel 2016 - morto il 2 novembre scorso per un'infezione che sarebbe stata causata proprio dal micobatterio Chimera.

Anche se le infezioni da questo micobatterio sono abbastanza rare (un paziente su 10.000), gli scienziati avevano già avvertito di non abbassare la guardia.

LE ISPEZIONI- Intanto oggi sono scattati i controlli degli ispettori regionali in tutte le cardiochirurgie del Veneto.

Sei decessi a prima vista inspiegabili, ma con un filo comune: i pazienti morti negli ultimi mesi erano stati tutti operati al cuore in Veneto, a Vicenza, Padova e Treviso.

L'ipotesi, infatti, è che tutto sia da ricollegare alle macchine cuore-polmone, e a un particolare lotto prodotto dall'azienda Stockert di Friburgo. Il procuratore aggiunto di Vicenza, Orietta Canova, ha detto: "Bisogna avere chiarissimo il quadro inerente il macchinario, il suo utilizzo e le comunicazioni in merito per capire se ci sono delle responsabilità". Casi che potrebbero salire a 4, visto che per altri due decessi sono in corso le indagini.

Per il ministero della Salute che parla di 'epidemia da Chimera', i casi di infezione in Italia sarebbero centinaia. Il sito di produzione in Germania di tali dispositivi è stato indicato come probabile luogo di infezione, tuttavia non si può escludere altra possibile contaminazione nel luogo di utilizzo di questi dispositivi.

Il Mycobacterium chimaera, batterio identificato per la prima volta nel 2004, è diffuso in natura e presente soprattutto nell'acqua potabile. Non esiste una terapia stabilita. La prima identificazione di un caso di infezione associato a questo tipo di dispositivo risale al 2014, anche se attraverso indagini retrospettive è stato possibile riconoscere anche casi verificatisi precedentemente, a partire dal 2011. Il periodo di incubazione dopo l'esposizione risulta lungo, con una media di 17 mesi. I segni e i sintomi sono affaticamento, febbre e perdita di peso.

La prevenzione e il controllo delle infezioni correlate all'assistenza, va ricordato, è una delle linee operative e priorità del Piano Nazionale di contrasto dell'antimicrobico-resistenza (PNCAR) 2017-2020, su cui sta lavorando uno specifico Gruppo tecnico coordinato dalla Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero e che coinvolge esperti e rappresentanti istituzionali.

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